Il castello di carta

C’era una volta un re di un grande regno, un regno bello grande, fatto e finito, come ad un regno era richiesto; il re dominava i suoi possedimenti come ad un re era richiesto, dall’alto del suo castello.
Il suo castello, però, era fatto di carta: un enorme palazzo con torri, merli, alte vetrate e ponte levatoio come tutti gli altri, ma fatto di sottile carta bianca, abbagliante nel sole del mattino e del primo pomeriggio.
Il re passava le sue giornate tra le alte mura del suo castello a spassarsela senza alcun disturbo e non accettava nessuno al suo cospetto.
Ogniqualvolta che qualcuno lo desiderava per qualche ragione, necessitava del suo consiglio o voleva semplicemente lamentarsi delle condizioni in cui versava il popolo, il re imbastiva una grossa pila di scuse e giustificazioni, completamente inventate, che gli permettevano di restare tra le sue mura di carta e rimandare a data da destinarsi qualsiasi impegno o questione che l’avrebbe normalmente atteso.
“Sire, il consigliere vuole parlare dei rapporti di Vostra Altezza con i Regni del Confine!”
“Digli che sono molto impegnato! Ho delle bolle urgenti da esaminare, non ho tempo per queste cose!”
“Sire, il popolo ha fame, i raccolti sono stati scarsi e gli incassi delle esportazioni pressoché nulli.”
“Non vedi che sono occupato? Che il popolo mangi un po’ quello che trova in giro, rubino delle vacche dai Regni di Confine, insomma! Facciano qualcosa e non vengano a mendicare le mie attenzioni, perdio!”

Per ogni menzogna che consegnava a coloro che volevano distrarlo dal suo ozio quotidiano, un nuovo pezzo di carta si aggiungeva al suo castello, contribuendo a costruire l’ennesima ala, torre o atrio. Negli anni, il castello aveva raggiunto dimensioni mastodontiche e splendeva di un candore irreale, sulla sua collina isolata dal resto del regno.
Un giorno un ambasciatore delle terre vicine fece una visita al castello del re, con la specifica richiesta di parlare col re in persona.
Il re, stizzito alla sola idea di scambiare persino poche parole con qualcuno che volesse rubargli tempo prezioso, sbuffò, si gettò giù dal letto e si affacciò dall’alta finestra della sua camera.
“Cosa volete? Chi siete?”
“Sono l’ambasciatore del Regno ad Est. Il mio sovrano pensava che sarebbe stato utile stipulare un contratto di alleanza col vostro regno, Vostra Altezza.”
“Vostra Altezza è molto occupato. La prossima volta sarete più fortunato, ambasciatore.” rispose il re, chiudendo la finestra con un tonfo.
Un altro pezzo di carta si aggiunse al castello.
Il re si sentiva molto soddisfatto di se stesso: finché riusciva a rimandare i suoi doveri il più possibile con bugie credibilissime, tutto andava bene.
L’ambasciatore del Regno ad Est andò più e più volte al castello del re per offrirgli l’alleanza del suo regno e del suo sovrano, ma apparentemente il re, nel suo castello di carta, era più propenso a dilettarsi, bere e sprecare il suo denaro in sciocchezze. Imbastì una scusa dopo l’altra: una volta era malato di gotta, un’altra volta s’era finto dormiente, un’altra volta ancora impegnato in una battuta di caccia… Più il re mentiva, più il suo castello cresceva attorno a lui, costruendogli attorno una barriera dove avrebbe vissuto in santa pace, senza alcuna rogna e senza il bisogno di spiegare nulla a nessuno. Se li tenessero, i loro problemi!
L’ambasciatore giunse per l’ennesima volta ai piedi del castello del re, accompagnato però dall’esercito e il re del Regno ad Est in persona.
“Re! Rispondete!” urlò il re dell’Est.
Il re ignorò i ripetuti richiami dell’altro regnante, per poi sbuffare, saltare giù dal letto e affacciarsi alla finestra.
“Cosa volete da me, o re dell’Est?!”
“Non avete risposto ad alcuna delle proposte d’alleanza del mio regno. È forse una dichiarazione di guerra, questa?!”
Il re impallidì “Ehr” balbettò “ho avuto molte faccende da sbrigare negli ultimi tempi. Non volevo assolutamente mancare di rispetto a Vostra Altezza. Lo sapete che non ho alcuna ostilità nei vostri confronti né nei confronti del vostro regno.”
“Allora parliamo faccia a faccia, in modo da chiarire le nostre intenzioni!” rispose il re, piuttosto indispettito.
“Ehm, è che… ” balbettò nuovamente il re, terrorizzato all’idea di parlare di questioni di poco interesse “Ehm, no, in realtà… Il ponte levatoio è rotto! Perché non passate un’altra volta?”
“Come sarebbe a dire ‘è rotto’?” rispose il re dell’Est, indispettito.
“Ehr, si, non si apre. Sarebbe meglio rimandare l’incontro.”
Perché continuava a mentire
Altri fogli di carta avvolsero il re nel suo castello.
Il re dell’Est si avvicinò al portone del castello. Lo osservò per qualche secondo “Non mi sembra ci siano problemi col ponte levatoio, sembra robus…”
Il re bussò con le nocche sul ponte levatoio che, fatto di fragile carta, si ruppe per il lieve colpo.
Alla vista del suo pugno affondato nella carta, il sovrano dell’Est digrignò i denti dalla rabbia.
“Allora è così! Hai mentito, figlio d’un cane!”
L’altro re, dall’alto della sua torre di carta, non poté far altro che ansimare dalla paura e correre via nel suo castello cercando riparo dall’ira di coloro a cui aveva inutilmente mentito.
La sua fuga servì a poco: l’esercito dell’Est penetrò facilmente nel castello, strappando tutto ciò che era a portata di mano, e lo giustiziò.
Infine, i resti del castello di carta furono dati alle fiamme, in un enorme falò stagliato contro il cielo del vespro.
Non restò in piedi neppure una menzogna.

Letizia

Senza titolo

Non è il volto nel marmo che tace,

né quel nome di storti riflessi.

Che rimane dei giorni trascorsi

a disegnare la vita migliore?

Un ricordo di te in movimento

che insensato rivedo da capo,

il sapore d’un caffè rimandato,

l’aver voluto dire.

Roberto

Estate

Petali di perla

d’un mandorlo in fiore

sul cielo di maggio.

Un fresco dammuso

e l’acqua nella creta, respira.

Ma qui nel sentiero

d’un’ agave infame

le turgide foglie

m’han preso.

E affogo,

nell’infernale cantar dei grilli.

Roberto

 

Di là

In un lampo

 

Ἰδοὺ καινὰ ποιῶ πάντα.

Ecco, faccio nuove tutte le cose.

 

Ap. 21: 5

 

Quel Lunedì dell’Angelo, Franco propose che andassero a passarlo in aperta campagna, per la prima volta nella vita. Fino ad allora era per loro un giorno festivo come gli altri, cioè, un giorno per starsene a casa in panciolle o per andare al centro commerciale, all’outlet o semmai, al massimo, al cinema e poi a pigliare il gelato.

Ma questa volta la giornata era troppo bella, il cielo era azzurro, gli uccelli cinguettavano, l’aria sapeva di buono, e Franco chiese: «E se andassimo sul Monte Labbro, a fare un picnic?» E tutti avevano entusiasticamente aderito (cosa rara): moglie e bimbi, e pure Shelltox, il cane, da come scodinzolava, sembrava d’accordo.

Poche macchine per strada, fino ad Arcidosso, e poi nemmeno una, fino al parcheggio accanto alla recinzione che obbliga i visitatori a proseguire a piedi. La primavera era iniziata da poco ma, almeno da quelle parti, le rose canine e i fiori dei biancospini erano già sbocciati e facevano bella mostra di sé un po’ dappertutto. Il cielo si scurì tutto ad un tratto, però, e iniziarono pure a cadere certi goccioloni, ancora abbastanza radi, ma ognuno di loro era quasi una doccia completa.

Andarono tutti quanti di corsa a mettersi sotto un leccio fronzuto che stava lì isolato alla sinistra del sentiero, a metà della salita per la Torre Giurisdavidica, in cima al monte. Tutti sotto l’albero, dunque, Shelltox incluso, ansimanti, ridenti, scambiandosi battute, quand’ecco quel lampo accecante. E poi il buio: silenzio assoluto e buio pesto.

Un minuto dopo – almeno così credeva –, Franco si svegliò in una pianura ricoperta da un prato costellato da ranuncoli e rosolacci, niente a che vedere con i ripidi pendii del Monte Labbro, e capì che era morto.

C’era un sacco di gente attorno a lui, ma non vedeva Vanda, la moglie, né i figli, né Shelltox: buon segno, buon per loro, forse solo lui era stato colpito. Gli rivolse la parola uno che sfoggiava una tunica bianca fino ai piedi, un anziano barbuto, alto e atletico, con i capelli lunghi raccolti in una coda di cavallo: gli diede il benvenuto e gli indicò, con un gesto largo del braccio, le meraviglie che li circondavano: più avanti, sulla destra, un agnellino pascolava, sereno, e un leone che gli stava accanto, sdraiato, spalancava le fauci, non per mangiarselo ma in un lungo sbadiglio. Più in là, un bimbetto di non più di due anni, ignudo, giocava con un orso bruno, grande quanto un’utilitaria, che lo teneva in braccio, amorevolmente, come se fosse la sua tata.

Franco sussultò per la felice sorpresa: allora la zia Betta e le sue riviste «Svegliatevi» e «La Torre di Guardia», che lui prendeva sempre in giro, alla fin fine erano nel giusto! Rivolse di nuovo lo sguardo verso il vegliardo di prima, per comunicargli la sua gioia, ma gli occhi dell’altro lo sorpresero: ecco, quegli occhi non sembravano appartenere a quel corpo. Allora guardò più attentamente anche una delle donne più vicine, una mora carina, avviluppata in una specie di pareo tutto colorato, e anche gli occhi di lei sembravano prigionieri, come se il suo corpo sinuoso e il suo visino a forma di cuore altro non fossero che una specie di burqa di carne. Guardò un altro, un giovanotto conciato come un pastore tirolese, e nei suoi occhi, dietro a quella specie di morbida maschera che era il suo viso ancora imberbe, vide un grido muto, di puro terrore.

Si avvicinò pure al leone – tanto ormai lo sapeva, che si trattava di un re della giungla vegetariano e pacifista – e verificò che anche le sue pupille, in costante agitazione e contratte a spillo, sembravano un uccello che sbatte le ali contro una gabbia di vetro.

Tutta la vita così, dunque? In giochi e discorsi saggi e lodi al Signore, per sempre? E a Franco gli arrivò la consapevolezza, in un lampo: No, non era in paradiso.

 

Pisa, 6/4/15

Arlíndo

Ponte di mezzo

Ho visto un vecchio passare sull’Arno,
un chiaro mattino di un gelido inverno.
Poi di corsa ai binari…Viareggio.
Ma lui, ora alla fine del suo viaggio
chissà quanti ne lascia giovani cuori…
chissà quanti ne ritrova di antichi amori!

19 gennaio 2014

Roberto

Barconi

Piove sull’isola delle arance,
tuonano i cupi monti di pietra.
Oh cava d’ Ispica! misera Petra…
come afferri le celesti lance!

Spettina il sale l’estrema Falce
e balli di tende, colpi di mitra
picchiano la vetta d’ Erice tetra.
Ma in quella casa bianca di calce

riposa un piccolo uomo scuro.
Sogna di pesci, vasi e monete.
Sordo le onde del mare di pece,

non sente. Mani di chi non ha pace,
non stringe. E issata su la rete
si volta, chiude gli occhi al muro.

Roberto

Il mulino

Un ragazzino, poco più piccolo di me o te che leggi, una volta incontrò un uomo sulla sua strada, piuttosto impegnato -pareva- a far girare le ruote di un piccolo mulino utilizzando un contagocce di cristallo. Il mulino era molto piccolo e l’acqua che trasportava finiva dritta dritta su un nugolo di fiorellini colorati, delicati, dai petali quasi trasparenti.
“Cosa fa, buonuomo?”
“Mi sembra evidente: annaffio le mie piccole campanule e peonie con l’aiuto di questo mulino!
“Non potreste utilizzare un semplice annaffiatoio?”
“Pazzo! Non vedi che petali delicati hanno? Non vedi che sono appena sbocciate?”
Il ragazzino restò imbambolato a guardare l’uomo impegnato in quella che sembrava quasi un’arte, dosare le gocce di acqua fresca per far girare le pale del mulino lentamente, armoniosamente, e poi giungere sulle foglie e i fiori di quelle piantine a cui l’uomo teneva così tanto.
L’uomo però sembrava affaticato, dopo così tanto lavoro minuzioso. I suoi occhi grigi erano sottili come gusci di mandorle e arrossati come l’alba.
“Buon uomo, mi sembra provato dalla fatica, ormai esausto. Mi permetta di aiutarla in qualche modo!”
“Ragazzo, non è una cosa così semplice far girare le pale di questo mulino. Sapresti utilizzare la giusta quantità d’acqua? Due gocce per volta e nulla più!”
“Credo di averla osservata abbastanza a lungo per comprendere il meccanismo. Mi lasci provare, lei vada pure a riposarsi un po’.”
L’uomo lo guardò un po’ incerto, ma decise di fidarsi del ragazzino e, stringendogli la mano in segno di accordo, andò a stendersi sul prato poco distante per dormire un po’.
Il ragazzino prese delicatamente il contagocce di cristallo ed iniziò il minuzioso lavoro, prendendo poche gocce d’acqua e versandole sopra ogni pala per far girare lentamente il mulino ed annaffiare i fiori con costanza.
Dopo poco tempo, però, il ragazzino iniziò a stufarsi: Era così sciocco centellinare gocce e gocce per un lavoro d’irrigazione che, di fatto, avrebbe potuto esser compiuto in minor tempo. Sicuramente il proprietario dei fiori non aveva null’altro da fare!
Andò avanti ancora per qualche minuto, sempre più stufo e con le dita appena doloranti per la misura applicata, dopodiché ebbe un lampo di genio: l’uomo dormiva ancora, cosa gli impediva di fare di testa sua e semplificare le cose ad entrambi?
Avrebbe aumentato il flusso dell’acqua e irrigato le piantine nella metà del tempo!
Il ragazzo afferrò il contagocce e lo riempì fino all’orlo, per poi svuotarlo velocemente sulle pale del mulino, per poi riempirlo nuovamente e ripetere l’azione.
La cosa sembrava funzionare benissimo: le pale si muovevano più velocemente, l’acqua scorreva in fretta e arrivava altrettanto in fretta sui fiori.
Troppo in fretta: l’acqua gettata con maggior forza e quantità sulle piantine le colpì così forte, per quanto erano delicate, che nel giro di pochissimo i petali dei fiori si spezzarono, le foglie caddero e la terra sottostante divenne madida e paludosa.
“No!” gridò per sbaglio il ragazzino, svegliando di soprassalto l’uomo che dormiva a poca distanza.
“Che succede? Che è successo?”
Il ragazzo blaterò versi incomprensibili alzando le spalle e gesticolando con le mani, quasi mimando ciò che aveva combinato. L’uomo si avvicinò in tutta fretta e vide, addolorato, le sue piantine distrutte.
“Impiastro d’un giovanotto!” sbraitò  furioso “Hai idea di che diamine hai combinato? Mesi e mesi di lavoro minuzioso andati in fumo!”.
Il ragazzo si strinse in se stesso, incapace di dire alcunché.
L’uomo, vedendolo così dispiaciuto e ritroso, sospirò, si passò una mano tra i capelli e gli disse “Le piantine si riprenderanno, in qualche modo. Ma il tuo gesto è più grave di quanto pensi. E se fossero state persone, giovanotto?”
Il ragazzino non capì: guardò l’uomo con aria spiazzata e borbottò”C-cosa intende, buon uomo?”
L’uomo si accovacciò a terra accanto ai fiori dicendo “Vedi come sono delicati questi fiori? La sovrabbondanza d’acqua e la sua furia li han distrutti perché tu non hai badato alle loro esigenze, perché eri proiettato sui tuoi bisogni.
Se questi fiori fossero stati persone a te care e le gocce d’acqua fossero state parole e azioni, hai idea di che danno avesti creato?
Siamo fragili, come narcisi sbocciati da poco, e sugli altri possiamo avere un impatto più grande di quello che potremmo immaginare, distruggendo altrettanto malamente qualcuno come hai distrutto queste piantine.
È a questo che serve il contagocce: a pesare, dosare, centellinare se stessi ed essere lievi sugli altri. Non cascate d’acqua ma gocce devono essere adagiate sul cuore altrui, per non sfogliarne i petali. Dobbiamo misurarci, poiché qualcosa che giudichiamo leggero e di poco conto potrebbe gravare sull’altro come mille massi.”
Il ragazzo lo guardò, poi guardò i fiori e, d’un lampo, comprese.
Si accovacciò, toccò le piantine distrutte e i suoi occhi si inumidirono.
“Posso fare qualcosa?”
“No” rispose l’uomo “ma se farai tesoro di ciò che t’ho detto sarò felice e soprattutto, vedrai, lo sarai tu.”

Letizia

Eea

Disteso sul talamo dalle lenzuola di lino,
dai lombi nudi e sforzati,
ti ammiro, O Circe, figlia del sole dai boccoli splendidi.
Fiamma è la tua bianca spalla
mirare, carezzata dai lunghi capelli  che ricadono come rami di salici
[dalle tue code.
Il tuo fianco armonioso è dolce
più del mare su cui volai per qui giungere
e ha meno pietà.
-Posidone! Nessun’onda creasti
che fece me tribolare quanto i fianchi di Circe!
Eolo! Nessun vento mi confuse
e colse di sorpresa come il suo candido ventre!-

Baciai le tue cosce di seta e le caviglie
o Maga, e il desiderio mai s’estingue:
è come bere raggi del sole Iperione
a gran sorsate, senza mai
estinguere la sete,
ma senza mai preferire lo scuro vino.

Morsi il tuo collo di miele come il fiore del loto,
dimentico della mia patria e degli affetti,
latteo sotto il mio tocco, lo carezzai
con labbra voluttuose
incapace di sottrarmi al tuo volere e al mio.

Nulla m’importa d’Itaca Petrosa,
nulla di fama, gloria e tesori
se non con te giacere ancora,
o Bruna onda del mare, soffice spuma gemente,
bearmi della tua ambrosia, del tuo veleno.

La nave ormai da molto dorme sulla sabbia,
sospirando il largo e le avventure
Il suo legno è divorato dai granchi e dalle fiere
in attesa di un mio ritorno incerto:
ahi, son perduto più di quanto già non fossi!

 Carezzami le gote, o Circe,
mentre cedo agli sfiniti nervi, al molle sonno
e giaci al mio fianco sul nostro giaciglio,
giungi le tue gambe alle mie, le dita al mio petto
ed attendiamo la Rosea Alba smaniosa

Letizia