Musa, musa impietosa

Pie, occhi sbarrati e doloranti contro il soffitto, si rigirò tra le lenzuola ancora una volta, avvolgendo in modo innaturale le gambe nel soffice cotone rosso che ospitava il suo sonno.
Quando il sonno si degnava di arrivare, chiaro.
La notte era arrivata a passi felpati, ma a quanto pareva il loro rumore bastava per tenere sveglia Pie che, come intrappolata tra il materasso e le coperte, sentiva i piedi coperti di formiche per la stanchezza e l’immobilità indotta.
L’oscurità dominava la stanza, ma una fioca luce la decorava con un velo opalescente che avvolgeva ogni superficie.
Pie, insonne, fissava con minuzia ogni oggetto, in cerca di qualcosa o, meglio, in cerca di un diversivo per il sonno assente.
La poltrona foderata di canapa, l’enorme armadio in legno di ciliegio sul quale troneggiava un buco -creato dal suo pugno in un momento di ira-, l’ orripilante teiera della nonna e diverse serigrafie delle donne di Schiele ricambiavano il suo sguardo aggrottato, troneggiando nel buio come inquietanti totem di divinità contemporanee.
Lo stomaco era indolenzito dalla fame, gli occhi pieni di piccoli spilli fastidiosi, i capelli attorcigliati in mille nodi creati dal suo rigirarsi.
“Basta” pensò Pie, girata su di un fianco “Quando il sonno non vuole arrivare, è meglio fare qualcosa di produttivo.”

Si districò dalle lenzuola, saltò giù dal letto stiracchiando il pigiama troppo corto per le sue gambe e si avvicinò alla scrivania. La luce dei lampioni sulla strada delineavano, filtrando dagli scuri della finestra, un piccolo narghilè, un posacenere, penne aguzze come aculei e un taccuino dalla copertina grigia un po’ sbrindellata.
Del resto, l’insonnia era quello che era e qualcosa attendeva d’esser scritto da settimane.

Pie accese una piccola luce violacea appena dietro la scrivania, si scrocchiò le dita e aprì il taccuino, con tutta l’intenzione di scrivere qualcosa.
Diede un’occhiata a ciò che aveva scritto tempo addietro, sfogliando le pagine: era da almeno un mese e mezzo che non posava alcuna parola su carta e sentiva le sue dita fremere all’idea di tornare a creare.

Nonostante il suo sguardo insistente sulle sottili righe della pagina, nulla, assolutamente nulla, sembrava voler sgorgare dalla sua immaginazione.
“Forza, forza… Perché non c’è nulla?”.

D’un tratto, le parve che il foglio prescelto come tela creativa si smuovesse appena in un angolo, vibrando in avanti.
La colpa venne immediatamente attribuita alla mancanza di sonno, ma la verità era completamente diversa.

Con un fruscìo assordante, le pagine bianche del taccuino iniziarono a frullare impazzite fino a strapparsi.
Un turbinio di fogli si alzò verso il soffitto della stanza, la luce violacea tremolò appena senza apparente motivo.
Pie, inizialmente paralizzata dallo sconcerto, non fece in tempo ad urlare che diverse pagine bianche le si piantarono davanti alla bocca, avvolgendole parte del viso e imbavagliandola in più strati. I fogli restanti rotearono attorno al suo corpo come squali a caccia di un tonno succoso, aumentando man mano la velocità.

Le penne, apparentemente dimenticate sulla scrivania, ticchettavano frenetiche e bramose della loro parte.
Una dopo l’altra, come scoccate da una balestra, volarono ad incastrarsi tra le costole della ragazza, mozzandole il respiro dal dolore più e più volte. Apparentemente, alcun sangue sgorgava dalle ferite provocate.

Pie iniziò a tremare terrorizzata e, al contempo, meravigliata dal caos sviluppato dagli oggetti che tanto aveva a cuore. In un attimo di lucidità, si gettò in terra di ginocchia, facendo diradare lo stormo di fogli bianchi che ancora la braccava.

Le penne conficcate nel torace dolevano maledettamente, ma questo non le impedì di gettare un occhio curiosamente sveglio alla figura ombrosa che sembrava avanzare verso di lei.

Ammantata della stessa maestosità della mobilia nella luce notturna, una donna sottile come un giunco ma, al contempo, possente come una quercia raggiunse Pie a grandi passi. Aveva le caviglie sottili ornate di campanellini e un lungo vestito spumoso ma essenziale così bianco che per poco non accecò la ragazza inginocchiata in terra.
Avrebbe voluto chiederle chi fosse, cosa volesse da lei, se tutto quel trambusto e quel dolore inutile fossero causa sua, ma era ancora imbavagliata dalla carta e le sue dita non riuscivano a flettersi.

La donna vestita di bianco la fissò torva e la afferrò per la collottola, tirandola su. I suoi occhi grigi la trapassarono da parte a parte e Pie dovette distogliere lo sguardo per paura che, in qualche modo, venisse pietrificata per il troppo contatto visivo.
Con innegabile pazienza e un viso del tutto immoto, la donna estrasse tutte le penne dal costato di Pie, provocandole piccoli sussulti dolorosi tenuti a bada solo dal bavaglio di carta.

Pie la osservò impegnata in quel lavoro minuzioso, con i lunghi boccoli corvini che sussultavano appena ogni volta che il suo braccio si ritraeva per estrarre le penne. C’era qualcosa in lei che conosceva; aveva un’aria materna che le pareva fortemente in contrasto con ciò che era successo poco prima, eppure le sembrava minacciosa come le grosse nuvole grige sul mare, gonfie di pioggia e assetate di uomini.

Le apparentemente amorevoli cure della donna non durarono a lungo: una volta estratta l’ultima penna, Pie cercò di divincolarsi dalla sua presa ma venne brutalmente bloccata, con una mano attorno al collo. Quella che le era sembrata una madre si era trasformata in fiera al suo patetico tentativo di ribellione.

La donna dai boccoli corvini strinse la presa sul collo di Pie e la trasportò sul letto con la forza, gettandola sulle coperte. I fogli di carta che ancora le avvolgevano la bocca crollarono ai lati del viso e si accartocciarono.
Per evitare che Pie si rialzasse e tentasse qualche mossa avventata, la donna le premette un piede sul petto, provocandole uno sbuffo violento. Poi, non distogliendo lo sguardo da lei, afferrò uno dei fogli bianchi accartocciati e, inspiegabilmente, gli diede fuoco con il solo contatto delle dita sottili.
“Non oggi”, disse. Fu l’unica frase che pronunciò.
Pie crollò addormentata, finalmente.

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